La follia delle armi in Medio Oriente

In Medio Oriente tutto è caos e violenza. Le potenze israelo-statunitensi devastano ancora una volta la regione. Lo Stato teocratico iraniano, che a gennaio ha spento nel sangue l’ennesima rivolta popolare, si presenta come difensore della giustizia. Si continua a morire e a soffrire.
Nel corso delle ultime settimane, la scrittrice e saggista franco-libanese Dominique Eddé ha risposto da Beirut, dove vive, alle domande dello scrittore francese Joseph Andras.
In questa lunga intervista affronta la tragedia mediorientale con lucidità e umanità.
Siamo grati a lei e alla redazione de L’Humanité per averci concesso di tradurla in italiano e pubblicarla. (Traduzione di Angela Peduto)
Romanziera, saggista, traduttrice, Dominique Eddé è nata a Beirut, è cresciuta in Libano e poi ha vissuto a Parigi, in un continuo andirivieni tra le due capitali, le due culture, le due lingue. Ormai da diversi anni vive a Beirut. Qui e là ha incontrato persone che hanno avuto un ruolo importante nella sua vita e nel suo percorso intellettuale, come l’artista Etel Adnan, il filosofo Vladimir Jankélévitch, il pensatore Emil Cioran, lo scrittore Jean Genet, il fotografo Joseph Koudelka, l’intellettuale Edward Saïd, la voce della causa palestinese Leïla Shahid, lo psicoanalista André Green. Senza dimenticare il regista Federico Fellini, che ha frequentato durante gli anni trascorsi a Roma. È autrice di Pourquoi il fait si sombre ?, Edward Saïd, le roman de sa pensée, Kamal Jann, Lettre posthume, Le crime de Jean Genet, Le Palais Mawal , Beirut 1991(2003) con il fotografo Gabriele Basilico, il più recente La mort est en train de changer. In italiano sono stati pubblicati La lettera postuma (1994) e La lettera e la morte. Undici coversazioni di André Green con Dominique Eddé (2024).
Su Le Monde del 9 marzo 2026 ha scritto “Il presente è opprimente, è votato alla distruzione. Non ci resta che pensare e restare in piedi, tanto più che tutte le fondamenta su cui poggiava l’ordine precedente sono marce. Siamo giunti a una fase totalmente ingestibile e assurda in cui trionfa il “ciascuno per sé” proprio mentre ognuno dipende necessariamente dall’altro, in cui il più debole è ovunque in balia del più forte. Da qui l’incoerenza e il vuoto patetico di quasi tutte le dichiarazioni politiche ufficiali.
Questa pagina oscena della storia sarà superata per le generazioni future solo se saremo in molti, in tutto il mondo, a restare saldi sull’essenziale, a ricordarci che, quali che siano i nostri paesi, respiriamo la stessa aria asfissiante; a lottare contro lo stupro, in tutte le sue forme, ad avere in mente l’amore. Questo non è angelismo – scrivo questa parola nel rumore continuo dei droni e delle bombe –, è il poco che resta da dire o da fare quando la catastrofe è stata innescata su così vasta scala.”
J. A. Lei vive a Beirut. Ma come vive? Voglio dire nel suo cuore.
D. E. Che nome dare a questo peso che schiaccia, benché su una bilancia non pesi nulla? È un po’ come se ormai si dovesse vivere all’interno di sé stessi in un fuoco senza fiamma, davanti a decine di villaggi rasi al suolo, ridotti a terra bruciata. Sapere delle devastazioni, giorno dopo giorno, nell’impotenza totale … Gestire la collera, non potendo placarla. Il disgusto. Non riuscire più a comunicare con i propri cari che hanno bisogno di chiarezza e opinioni precise, laddove io, da parte mia, vedo solo zone grigie e una tempesta di orrori. Provare, nonostante tutto. E al tempo stesso … qualcos’altro … perché la primavera è iniziata. Allora cerco di non lasciarmi sfuggire l’inizio della fioritura nei roseti. Il calore dell’amicizia, della prova condivisa.
“Beirut era in rovina e la Palestina devastata”: forse riconosce questa frase. È sua. Ha più di vent’anni. Si trova nel romanzo Cerf-volant. Il Libano oggi è sotto le bombe e la Palestina è distrutta. Per non parlare dell’Iran. Come si vive, collettivamente, davanti a queste parole che sembrano non poter fare altro che ripetersi?
Qui, in Libano, i ponti sono saltati nel senso letterale e in quello figurato. Tutti i legami sono attaccati. Ovunque: sul terreno, nei ragionamenti, nei sentimenti, perfino nelle memorie. A 100 metri di distanza coabitano il giorno e la notte. Le tende degli sfollati sono allineate ai piedi dei grandi alberghi. Case di lusso si trasformano ora in fortezze, ora in rifugi.
Empatia e diffidenza si contendono lo spazio. La gente non sa più come ascoltare né come raccontarsi. Come tacere. Circolano tutte le opinioni. E tutte a fior di pelle. C'è chi vuole ancora identificarsi con la “resistenza eroica” di Hezbollah e dimenticare che questo partito ultra-armato ha confiscato la vita politica del Paese, sviluppato una struttura mono confessionale, messianica, finanziata dall'Iran e dal traffico di droga, ampiamente coinvolta nella guerra criminale di Assad contro il suo popolo.
C'è poi chi solo ieri urlava la propria rabbia contro le azioni genocidarie di Tsahal a Gaza e che improvvisamente vuole credere che quel potere incendiario, suprematista e apertamente annessionista stia operando per la liberazione. All’interno dello scacchiere politico ci sono naturalmente opinioni più sfumate, ma la sfumatura, che è per definizione uno degli strumenti della lucidità, è diventata causa di sofferenza per tutti: per chi la reclama e per chi non la vuole.
È vissuta come un’aggressione da coloro che hanno bisogno di appartenere a un campo. Molti, per poter resistere, hanno bisogno di odio o di un ottimismo infondato. Le due cose possono andare di pari passo. Quasi tutti hanno un bisogno smisurato di Dio. In ogni caso non si sa più cosa fare di sé stessi quando non c’è via d’uscita, né soccorso. Illusione e odio da un lato creano un legame, dall’altro lo spezzano.
Questa sindrome è planetaria, ma in Libano assume proporzioni smisurate, a causa delle piccole dimensioni del paese, della sua estrema densità demografica, del numero incalcolabile di equazioni quasi irrisolvibili che minacciano la sua esistenza e, di conseguenza, quella di ciascun individuo. I libanesi sono sfiniti dalle catastrofi e dalla necessità, ogni volta, di rialzarsi per nulla, per meno di nulla. La ripetizione infernale dello stesso male, sempre peggiore, ha finito per paralizzare l’immaginazione. Per impoverire il linguaggio. Eppure, se c’è un paese che eccelle in termini di immaginazione ed espressione verbale, è proprio il Libano.
Dallo scorso febbraio l’accanimento israeliano sul terreno è così accanito, così crudele, così selvaggio, il rapporto di Hezbollah con il potere iraniano così fusionale… Non c’è più spazio nelle menti. L’umiliazione è generale. La stanchezza è tale che persino gli odi cedono. L'energia serve all'essenziale: sopravvivere: nella miseria più grande, nella bizzarria, nella solidarietà, nella delazione, nel razzismo, nella generosità... In tutto ciò che permette a un romanzo di Dostoevskij di descrivere la situazione meglio di qualunque trattato di scienze politiche.
In Libano dal 2 marzo ad oggi si contano 2.167 persone uccise e altre 7.061 ferite dallo Stato israeliano. Ma, come sappiamo, le cifre sono prive d’anima. “Abbiamo accolto molti bambini, sventrati, eviscerati, amputati o con traumi cranici. E anche molte donne. Alcuni muoiono lungo la strada”, ha recentemente confidato a Le Monde un medico. Ecco qui, in modo atroce, alcune anime. Lo scrittore può tentare di raccontarle, di onorarle, di renderle più nitide delle cifre, queste anime, o è chiedergli troppo?
Non lo so. È chiedere molto ma a volte è possibile… Ieri ho scoperto il film La maison est noire, della grande poetessa e cineasta iraniana Forrough Farrokhzad. Lo guardavo dopo aver visto l’orrore che stiamo evocando: le immagini dei corpi bruciati, dei bambini dilaniati. Con in mente l’orrore quotidiano a Gaza e 50 anni di barbarie in Libano, in Siria, nella regione.
Questo cortometraggio in bianco e nero su un lebbrosario situato vicino a Tabriz abbraccia l’intero campo di questo dolore, senza raccontarlo o raccontandolo appena. Con immagini e parole di una sobrietà inaudita che sono all’altezza – più precisamente, alla profondità – di questa sofferenza innominabile.
Ci sono pagine nella letteratura di tutto il mondo che raggiungono questo livello di precisione. Questo film, risalente agli anni ’60, mi raccontava meglio di ogni notizia ciò che oggi accade vicino a me. Attraverso i volti mangiati dalla malattia, i piedi senza dita, le braccia senza mani, ho visto lo sguardo posarsi su quella sofferenza. E quello sguardo mi ha portata nel punto più vicino e più nudo dell’essere. Quello che le parole e le immagini raggiungono a fatica. Naturalmente, nel caso della malattia, non c’è la crudeltà umana causata dalla guerra.
Resta lo stesso problema quando si debbono scegliere le parole per dire l’indicibile. Di tutte le pagine che ho scritto, la più difficile è in Pourquoi il fait si sombre? (Perché è così buio?). Parla di un massacro a cui ho assistito impotente durante la guerra civile. Un gruppo di miliziani cristiani aveva bloccato il traffico nella strada in cui mi trovavo. Uno di loro puntò l’arma contro l’auto che precedeva la mia mentre un altro controllava i documenti d’identità. Avevano deciso di uccidere dei musulmani. Ne fecero scendere tre – forse quattro, non ricordo più – e li spinsero contro un muro. Aprii il finestrino e lanciai un urlo disperato, supplicandoli di fermarsi. Un terzo uomo si precipita verso di me e mi ordina di tacere puntandomi la pistola al collo. “Se continui a urlare ti uccido”. Massacrarono gli uomini sbattendo loro la testa contro il muro. Ero condannata alla vigliaccheria. Ho sussurrato: “Almeno sparate, non prolungate questa agonia.” La loro sofferenza durante quei minuti di agonia, non ho saputo, né osato descriverla.
Durante i bombardamenti israeliani del 2024, mi sono recata in un ospedale, nel reparto ustionati. Ho cercato disperatamente le parole che potessero descrivere lo sguardo della bambina con il corpo fasciato, lo sguardo di suo padre, di sua madre, che non osava toccarla. Con quest’ultima guerra, sono vinta. Mi limito ad ascoltare il rumore delle bombe. A immaginare il resto.
Torniamo a questo libro, Pourquoi il fait si sombre? uscito nel 1999. Il titolo riprende l’ultima frase: “Dimmi, perché è così buio?”. Continuiamo a dover rispondere a questa domanda per non lasciare che l’oscurità invada tutto per sempre. Le pongo perciò la sua stessa domanda.
Al buio, la luce può essere magica proprio perché è debole. Dipende da poco e quel “poco” dipende dalla nostra capacità di amare. Dalla scelta di non limitarsi solo a sé stessi. Quando una montagna di sofferenza viene scalata grazie al desiderio e alla forza di trovarle un senso, non è già più la stessa. Produce improvvisamente un orizzonte, mentre prima non era che un muro.
Un po’ come quando qualcosa si duplica nella sua ombra. In quell’ombra, il dolore resta, ma in altro modo. Si fonde col paesaggio. Dà improvvisamente accesso a una bellezza da cui era separato. Può essere la risata di un bambino che si getta tra le vostre braccia. Può essere l’affiorare di un sorriso su un volto in agonia. In un caso come nell’altro la vita è nuda, intera, piena del mistero che ne fa la magia. Si ricongiunge al silenzio, al deserto, alla musica.
Le luci dell’oscurità confondono le superfici: illuminano i dettagli e le profondità. Smuovono, nel pieno senso del termine. E nella prova – perché lo è – agisce la coscienza della morte, con maggiore o minore crudeltà, a ondate. Non dissipa la paura, la imbarca. Allora la vita diventa oceanica, unica, anonima. È lei che difende la grande resistenza politica, che la fa nascere. Quando la volontà del coraggio non è sconfitta…
Mi aspettavo forse una risposta che contenesse parole come Israele, Netanyahu, imperialismo o Trump. E invece no. Lei parla di silenzio e bellezza. È senza dubbio ciò che differenzia un’intervista da una discussione: quest’ultima offre ancora spazio all’inatteso del linguaggio.
Comprendo il suo stupore. Ho risposto “ai margini” per evitare gli automatismi del linguaggio, che sono in agguato quando ci si piega a un certo vocabolario. Per far uscire le parole dal buco. Cerco di affrontare il terrore senza cedere all’urlo, ma anche senza censurarmi. L’esercito israeliano sta metodicamente distruggendo delle esistenze. Ha bruciato con il fosforo bianco le terre del Sud, ridotto in polvere decine di villaggi, invaso un decimo del territorio, bombardato convogli di soccorritori, massacrato giornalisti, come a Gaza. Ad oggi, 21.
Ha gettato in strada più di un milione di persone, distrutto la periferia sud di Beirut, sganciato senza preavviso cento bombe nel giro di dieci minuti nel pieno centro della capitale, mercoledì 8 aprile… Centinaia di vite, molte di bambini, sono svanite nel nulla. E in questo momento, l’armata che i professionisti della menzogna definiscono “la più etica del mondo”, continua la sua opera di demolizione nonostante il cessate il fuoco. Il bilancio è spaventoso per un paese sovrappopolato di 10.452 chilometri quadrati.
I governanti israeliani non si limitano a bombardare: gestiscono il Libano come il cortile di una prigione. Occupano completamente il cielo, mandano i loro droni alle nostre finestre, calcolano i tempi di pausa, dettano le entrate e le uscite, si divertono a vedere i prigionieri odiarsi, pronti ad uccidersi l’un l’altro… I prigionieri essendo l’insieme dei libanesi. Tutto lascia pensare che sia quello che desiderano anche per l’Iran: il caos. La divisione.
Ci comandano come O’Brien comanda e tortura Winston sotto la penna di Orwell in 1984. Ma, per tornare alla sua questione, le dirò che ho bisogno di cominciare col mettere alla prova parole diverse dalle quattro evocate prima, Netanyahu, Trump, Israele, imperialismo. So che comunque occorrerà passare da queste e servirsene. Sono pronta.
Nel suo ultimo libro, La Mort est en train de changer, lei evoca il carattere “unico” della “tragedia israelo-palestinese” e confessa di esserne stata coinvolta, dai suoi vent’anni, “oltre ogni ragionevolezza”. Come potrebbe essere, oggi, una comprensione politica ragionata di questo dramma? Diciamo una ragione giusta e pratica.
Raramente si dice che la tragedia israelo-palestinese è costata un prezzo esorbitante al Libano. All’uscita da un’intervista televisiva, perfettamente fallita, con la rabbina Delphine Horvilleur, sono rimasta sbalordita nel sentirmi dire: “Ma lei non è palestinese. A che titolo parla della Palestina?” Mi sono limitata a replicare: “Sa quanti sono i rifugiati palestinesi in Libano?”
La mia risposta, che aveva il pregio dell’efficacia, mi aveva dato la spiacevole sensazione di essermi lasciata intrappolare da un ragionamento comunitario. Come se fosse necessario essere fisicamente coinvolti in un argomento per poterne parlare. Come se quel conflitto non avesse un carattere universale. Come se fosse vietato a un sinologo parlare della Cina o a una filosofa ebrea americana trattare del totalitarismo sovietico…
Detto ciò, torno al caso specifico del Libano. Se non fosse stato per Israele, se non fossero arrivati oltre 500.000 palestinesi nel Paese, non ci sarebbe stata la guerra, scoppiata nel 1975 e durata 15 anni. Né Hezbollah avrebbe avuto il terrificante potere politico e militare di cui dispone dall’invasione israeliana del 1982.
La sproporzione tra questo piccolo paese sovrappopolato e il peso schiacciante delle potenze nemiche, da un lato Israele e gli Stati Uniti, dall’altro l’Iran, esprime bene, in questo momento, l’insondabile misura di umiliazione e impotenza inflitta dal più forte al più debole. Ma ci dice anche, 78 anni dopo la creazione dello Stato di Israele, che il ricorso alla forza, per quanto costante e massivo, non risolve nulla.
Si possono distruggere delle vite: non si può distruggere il tempo delle vite. Perché la memoria sopravvive ai morti. Non più di quanto si possa curare una psicosi con la chirurgia o una depressione con l’ingiunzione. Il carattere intrattabile di questo conflitto deriva dal fatto che è radicato, in origine, dentro temporalità incompatibili.
È il risultato di una brutale aggressione del tempo della storia degli uni da parte del tempo dell’immaginario degli altri che è, per definizione, senza limiti; va e viene da un estremo all’altro, dal tempo recente della Shoah al tempo millenario delle origini dell’ebraicità – questi ultimi due non avendo nessuno spazio geografico in comune.
Abbiamo subito in questa parte del mondo un enorme scontro del tempo nel tempo. Un po’ come se una tonnellata di giorni fosse di colpo caduta su un tardo pomeriggio. Di solito il tempo della storia e quello della geografia plasmano insieme, un secolo dopo l’altro, quello dell’immaginario e della cultura: qui è accaduto il contrario.
Nel caso di Israele, si è trattato di innestare un paese sognato ai quattro angoli del mondo su una terra abitata: la Palestina. Per mancanza di cure, cioè di decisioni vitali e dolorose, l’innesto di questo organo estraneo non ha attecchito e si è infettato. Anziché rinunciare alla colonizzazione, all’annessione, all’occupazione, alla pulizia etnica, il “sogno sionista” si è ostinato a congelare il tempo, a negare l’ingiustizia che ha imposto e poi approfondito.
Ha fatto del kibbutz un ghetto. L’utopia si è trasformata in incubo. Tanto che oggi Israele si trova al punto in cui la sua schiacciante superiorità militare gli procura solo vittorie senza futuro. Perché, oltre all’inimmaginabile sofferenza che infligge al popolo palestinese, si condanna a distruggersi distruggendo, domina nel tempo breve e perde il suo senso nel tempo lungo. Degenera.
Il divieto imposto oggi a chiunque tenti di ripensare il sionismo rientra in questo meccanismo suicida. Quella che lei definisce una “comprensione ragionata di questo dramma” dovrebbe fondarsi su una realtà ormai incontestabile: la società israeliana è per quasi un quarto non ebrea.
E, sotto il peso della colonizzazione, la società palestinese della Cisgiordania è costituita per quasi un quarto da una popolazione ebrea. In altre parole, a lungo termine non può più esserci una via d’uscita, per gli uni come per gli altri, che non sia mista. A meno di espellere fino all’ultimo non ebreo da una parte e dall’altra… Dovremmo leggere Omer Bartov su questo argomento. La sua conclusione è “che Israele non può esistere come Stato normale nel quadro dell’ideologia sionista”.
Penso a ciò che Edward Said, al quale lei ha dedicato un libro, scriveva nel 1999: o uno Stato democratico comune, binazionale, oppure “la guerra continua” …
Sì, la storia ha dato ragione a Edward Said, che ha visto e rifiutato l’impasse delle soluzioni zoppicanti.
Del resto, non perdeva occasione per rivendicare la laicità, che chiamava in inglese “secularism”. La convivenza delle popolazioni e l’uguaglianza dei cittadini che egli raccomandava sono il solo progetto valido per Israele, la Palestina, l’intera regione.
Questa apertura non può tradursi in fatti finché si alimenta il diniego a colpi di bombe, finché il 1948 resta una data intoccabile, finché l’ingiustizia non è nominata, riconosciuta, finché si è sotto il giogo di individui come Netanyahu, Ben Gvir, Trump, Hegseth e altri psicopatici… Ma anche finché Gerusalemme non sarà resa neutra, restituita alle tre religioni monoteiste e – en passant – anche a coloro che ne fanno a meno.
Su questo piano, l’Europa gioca un ruolo cruciale. Con poche eccezioni, al momento è in totale crisi di lucidità, coraggio e immaginazione. Rimane il nocciolo duro: l’invasione della politica da parte della religione. Un diverso approccio alla questione di Gerusalemme potrebbe contribuire a disinnescarla. Non bisogna dimenticare che Al Qods – Gerusalemme – è uno degli emblemi ossessivi di tutti i movimenti islamisti. Ciò significa che, da parte mia, non vedo soluzione se non a lunghissimo termine. Poterci pensare non è una consolazione, ma è, di per sé, un po' di luce.
Lei ha usato la parola “sfumatura”. Esiste un uso mediatico dominante di questa parola, sarebbe cioè qualcosa che mette a tacere le parole decise, considerate “estremiste” o “manichee”. E, contemporaneamente, nel campo militante e anti-imperialista, c’è l’esortazione a serrare i ranghi. A non barcamenarsi, quando “il Nord” colpisce “il Sud”. Scegliere chiaro e netto un potere: Saddam Hussein o i Bush; Sinouar o Smotrich; Khamenei o Trump. Cosa risponde a coloro che ritengono che la terza via – che lei definirebbe “umanista” e che io sarei tentato di chiamare “egualitaria” – sia un lusso, un’incoerenza e una vigliaccheria politica?
Sono consapevole di irritare coloro che vogliono “serrare i ranghi” senza cercare cavilli – senza “andare per il sottile”, come si dice – di fronte, in particolare, a un nemico potente e temibile come la coppia israelo-americana. Per loro, il pericolo integralista è secondario. Per me, no. Mettere in discussione l’integralismo islamico e il messianismo sionista significa criticare lo stesso fenomeno.
Non si combatte un razzismo tollerandone un altro! Detto ciò, non metto certamente sullo stesso piano gli israeliani ed Hezbollah. Gli israeliani invadono il paese con una rabbia indescrivibile, con la volontà di distruggere tutto, di annientare tutto. I combattenti di Hezbollah sono a casa loro, sulla loro terra. Anche qui la sfumatura è d’obbligo, ed è notevole! Soprattutto, mi interessa liberare le vite e le memorie dalla coltre ideologica e comunitaria.
La mia bussola da sempre indica il lato dei solitari: certamente insufficiente, è pur sempre un passo verso la terza via di cui lei parlava. L’umanesimo è egualitario per vocazione: è un movimento, non una stazione di arrivo. Sono troppo consapevole della stoffa di cui è fatta la nostra specie per concepirne una qualsiasi forma ideale.
Diciamo che lavoro, da sempre, voltando le spalle al potere. I nomi che lei cita lo incarnano nella sua forma più morbosa. Non voglio dover scegliere. Dal mio punto di vista, la sfumatura non indebolisce la critica, direi addirittura che la rafforza. Le conferisce credibilità. Che cos’è la sfumatura? È precisione. È dunque fermezza, contrariamente a chi vuole credere che contribuisca a risparmiare “il nemico”.
Se oggi vediamo un po’ ovunque questa figura deprimente della tenaglia – un braccio in conflitto con l’altro e i due uniti nello strangolare i popoli –, significa che è il tema del momento. È ingrato, difficile, quasi intrattabile, ma non abbiamo scelta. Bisogna passare attraverso questo collo di bottiglia se si vuole liberare l’orizzonte per il futuro.
Ciò che accade in Palestina, in Sudan, in Libano o in Iran non è paragonabile, ma c’è comunque un punto in comune: è il carattere suicida dell’opzione militare. I vecchi strumenti sono obsoleti. Ci vorranno immense riserve di immaginazione per sostituirli. L’immaginazione nascerà forse dall’incontro insolito tra artigianato, ecologia e tecnologia.
Allora la questione non si porrà più sotto forma di un dilemma senza via d’uscita o di una doppia negazione – né, né –, ma di una somma positiva. Purtroppo non ci siamo ancora. Anche se, in alcuni paesi, in particolare in Turchia, le strade sono regolarmente affollate di manifestanti che rifiutano la brutalità dell’ordine costituito.
Césaire diceva: “Con l’orecchio incollato al suolo, sento passare il domani”. Non è il mio caso per ora. Sento soprattutto il rumore dei droni. Ciò nonostante, continuo a rifiutarmi di abdicare. Questo rifiuto implica una nuova forma di radicalità: una rottura fondamentale, basata sul rifiuto delle regole del gioco. Implica il lutto degli alleati cosiddetti “oggettivi” e la rinuncia al domani a favore di un tempo che si colloca ben oltre il proprio tempo di vita.
Dominique Eddé

























