La morte sta cambiando

La morte sta cambiando
Dominique Eddé, La mort est en train de changer, Ed. Les liens qui libèrent, Paris, 2025
Romanziera, saggista, traduttrice, Dominique Eddé è un’intellettuale libanese, tra le voci più profonde e autentiche dell’ambiente intellettuale francofono.
Nata a Beirut, è cresciuta in Libano prima di trasferirsi a Parigi, per poi fare continui viaggi di andata e ritorno tra le due capitali, le due culture, le due lingue. Da diversi anni vive a Beirut.
Il suo percorso intellettuale ed esistenziale è stato segnato da incontri importanti, come quello con Edward Saïd, da cui è nato un libro, e con Federico Fellini, che ha frequentato durante gli anni trascorsi a Roma. È autrice di Pourquoi il fait si sombre ?, Edward Saïd, le roman de sa pensée, Kamal Jann, La lettre posthume, Beirut 1991, insieme a sei fotografi internazionali, Le crime de Jean Genet, Le Palais Mawal, La lettre et la mort, conversazioni con André Green. In italiano sono stati pubblicati La lettera postuma (1994), La lettera e la morte. Undici conversazioni di André Green con Dominique Eddé (2004), Il crimine di Jean Genet (2008).
France Culture le ha dedicato cinque lunghe interviste, che si possono ascoltare all’indirizzo
https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-dominique-edde-femme-de-lumiere
Le siamo grati per aver autorizzato la traduzione e la pubblicazione di alcune pagine del suo ultimo libro, inedito in Italia, La mort est en train de changer.
Parte seconda
Dio sulla terra
In realtà, propriamente parlando, non c’è più un mondo arabo. C’è una somma di paesi la cui lingua è l’arabo e il cui immaginario è popolato di poemi, riti culturali e figure storiche più o meno mitizzate, su uno stesso sfondo religioso a prevalenza musulmano. Mi si perdoni la parte essenzialista del paragrafo che seguirà. Ci sono tratti che la sfumatura non sempre ha il potere di cancellare.
Benché fondamentalmente diverse, le società arabe hanno in comune, oltre alla lingua, una stessa soggezione alla fatalità. Al transfert delle responsabilità. A Dio. La maggior parte dei cristiani del Medio Oriente non sfugge a questa inclinazione: consegnare il destino nelle mani di Allah. Più è umiliante la vita terrena, più è investito il cielo. Il mondo reale è in gran parte diventato una succursale dell’invisibile che, lui, ha il compito di gestirlo e rendervi la vita sopportabile. Di riassorbirne i dolori e assicurarne le vittorie. Il bisogno di Dio è a immagine di Dio: incommensurabile e senza limiti. Su Dio ricadono tutti gli obblighi in cui la natura umana ha fallito e da cui trova sollievo potendo delegare. Soprattutto consolare i vinti, accogliere i martiri, pensare la disfatta. Perciò nulla di sorprendente se un partito politico si fa chiamare “partito di Dio”, Hezbollah [1]. Quante rovine, quante catastrofi sono accolte con un ‘grazie a Dio’, Hamdellah. 'È come Dio vuole', metel ma Allah bi-rid. Il dubbio, il forse, il non, il rifiuto, si confondono spesso in una stessa invocazione, ‘Dio solo sa’, Allahou ye’lam. Il sì si dice sovente Inshallah, ‘se Dio vuole’ … La gratitudine interrompe bruscamente la tristezza o il rimorso con un ‘grazie mio Dio’, katter kheir Allah. L’impotenza davanti alla malattia trova requie in un ‘Dio lo protegga’, ‘Dio lo guarisca’, Allah yehmi, Allah yechfi. La colpa per farsi servire, come il piacere di intrecciare un legame con qualcuno sul lavoro, si traduce in ‘Dio ti dona il benessere’, Allah ya’tik el ’afiyé. La perdita insanabile è riparata da un ‘Dio ti aiuterà’, Allah yi’in. Dio è presente una volta per frase, o quasi. Ogni volta che una sconfitta chiede di essere pensata, ogni volta che bisogna combattere o arrendersi, prendere una decisione o rinunciarvi, Dio è convocato, con l’ingiunzione di riempire le caselle. Comprese quelle della crudeltà e della guerra. Si ha un bel dire che non c’è altro Dio all’infuori di Dio, Dio non è solo Dio. Non è solo un creatore, un bisogno, un soccorso: è una dispensa. Un permesso. Un sostituto di sé stessi, incaricato di tutto ciò che va e che non va. Una potenza astratta che veglia concretamente sulle vite sfinite dall’avere un corpo e sui corpi sfiniti dall’avere un’anima. Che arrivi la vita o che colpisca la morte, Dio è pregato, ringraziato, glorificato. Ogni volta che non c’è più la forza di parlare, di ascoltare, di capire, Dio è chiamato a colmare il vuoto. Più la cultura araba è in sofferenza e in declino, più Dio, Allah, è il nome della sua consolazione, il nome grazie al quale essa si salva dalle sue piaghe.
Appena scritte e rilette, le righe che precedono mi danno l’impressione di essere riuscita a dire qualcosa e di aver mancato l’essenziale. Le mie frasi brillano ma non afferrano il fondo. Ancora una volta il plurale ha sopraffatto il singolare. Il bisogno di chiudere ha preso il sopravvento su quanto resta da scavare. Improvvisamente mi ricordo di un sogno. È antico: una frase che non ha smesso di tornare: “Ci sono tanti dei per chi crede quanti non-dei per chi non crede”. Ieri guardavo Imane – vuol dire ‘fede’ in arabo – ricamare un giardino di paradiso su una tela di lino. Un punto dopo l’altro, sotto le mani di contadina, prendeva forma il rovescio della sua realtà infernale. È siriana, rifugiata in Libano dal 2015. Le ho detto “Mio Dio, com’è bello”. Perché io pure, la miscredente, dico “Mio Dio”. Il suo bel viso di contadina strappata alla terra, alla casa, mi ha sorriso lievemente, ma il sorriso era tenace, non si è cancellato. Ha risposto Inshallah. Era felice e infelice. Era calma, raccolta intimamente. Dio tornava come aria nelle sue brevi frasi pronunciate a bassa voce, preoccupata di essere compresa solo a metà. So che cinquant’anni di dittatura le hanno insegnato a parlare il meno possibile. Chi avrebbe potuto dire, mentre stavamo sedute in silenzio, accompagnate dal suo dio e dal mio non-dio, di quale differenza fossero fatti? La sua pace, la sua sofferenza e la mia si abbeveravano alla stessa sorgente.
Mi piace che una stessa parola, in arabo, dica la sorgente e l’occhio. Al’ain. I nostri sguardi non hanno avuto bisogno di incrociarsi per incontrarsi. Si erano posati sui rami scuri di un mandorlo che lei copriva lentamente di piccoli fiori bianchi. Il suo è paziente, il mio no. Lei ricamava con Dio, io cercavo con non-Dio come finire il saggio che sto scrivendo. Sono nata quindici anni prima di lei. Io sono stata una figlia della borghesia, lei una figlia della grande povertà. Quando, a sedici anni, io scoprivo l’ampiezza del mondo che mi attendeva, lei, alla stessa età, scopriva l’uomo che era stato scelto e che aveva l’ordine di sposare. Sono seguiti, per lei, decenni di brutalità. Io avevo accesso a tutti i libri quando lei nascondeva i suoi nei cespugli perché il marito non li bruciasse. Io volevo cambiare il mondo, lei voleva che i suoi figli potessero andare a scuola.
Quando è l’ora della preghiera, stende il suo tappeto in un angolo, si inginocchia dolcemente e si affida tutta intera a Dio. Quando torna a sedersi è impercettibilmente più bella. È la stessa, ma con un lieve peso in meno. Quale peso? Il peso che a ciascuno ciascuna di noi si dà per il solo fatto di esistere? Sì: il peso dell’importanza di sé. Quanti spiriti, considerati colti, ignorano ostinatamente in Occidente il tesoro d’umiltà che regna nella grande maggioranza dei musulmani. Quando ho scritto che Dio è una risorsa permanente, una scappatoia, trascuravo il Dio che salva, il dio intimo della fede: di tutti quelli che, in questo istante, chiudono gli occhi ai loro morti, a Gaza, e li portano tra le braccia invocando la sua misericordia. Bism Allah ar-Rahmâne-ar-Rahîm. Quando il Dio astratto dell’Islam non è stravolto diventando strumento di potere al servizio della virilità, quando è il supremo custode del mistero dell’essere in vita, risparmia agli esseri umani la pretesa di conoscerlo. È la conoscenza che essi non hanno. Li aiuta ad accettare la vita e la morte come un solo e stesso movimento. Il giorno in cui gli spiriti occidentali assertivi e sicuri di sé capiranno che le parole “islam” o “musulmano” coprono un’infinità di vite, di senso, di volti, capiranno il terribile errore che c’è nel servirsene come di un marchio di fabbrica. Sapendo che la fede, in tutte le religioni – che per definizione sono creazioni umane -, può produrre effetti analoghi in termini di pace interiore o, al contrario, di inganno, perversione, terrore. E tutto ci riporta al fondamento universale delle pulsioni, che pone il sessuale nel cuore del politico.
Imane è velata dalla testa ai piedi e mi dice che senza velo si sentirebbe nuda, esposta a ‘Dio solo sa’ chi o cosa. Anche quando siamo tra donne e porta solo un fazzoletto annodato con grazia sulla testa, mi prega di non fotografarla. Il viso e il collo mai devono essere visti scoperti. Mai. Da dieci anni lavoriamo assieme nell’atelier del “Tempo ricamato”. Non l’ho mai vista a capo nudo. Né le altre siriane, tra cui Zeynab, la sua amica più intima, che, lei, ha un sorriso indescrivibile. Se si potesse rappresentare l’anima, potrebbe essere questo costante riverbero di luce su un volto che non ha finito di piangere la morte del figlio, ucciso da Assad.
Poco dopo aver scritto il paragrafo precedente, è accaduto qualcosa di incredibile. Ho ricevuto sul mio Whatsapp una foto di due donne, in piedi nell’atelier, di fronte ad uno specchio. Sono gioiose, piedi e testa nudi. Accompagna l’immagine un messaggio pieno d’amore. Contemplo per la prima volta i loro volti senza velo: i loro capelli grigi. Mi hanno fatto un dono inestimabile: la fiducia. Sanno di aver trasgredito la regola e sanno che la foto non circolerà. Mostrano, nello stesso tempo, di comprendere la mia rivolta contro il dominio maschile che criticavo aspramente in loro presenza qualche giorno prima. Quei volti luminosi dai capelli tristi mi dicono che niente è sbarrato per sempre quando la parola circola.
Oggi dovremmo, noi arabi, chiedere i diritti d’autore per l’uso grossolano che l’inquilino della Casa Bianca fa di Dio. Del resto egli ha aperto un ufficio della fede attualmente diretto da Paula White, l’influente pastora evangelista che, oltre al rassicurante biondo delle sue figlie, ha il dono di mettere lui e Dio quasi allo stesso posto. “Dire no al presidente Trump è come dire no a Dio”, ha dichiarato in uno dei suoi discorsi. Non conosco leader islamisti che abbiano mai osato un simile paragone. E tuttavia, ‘Dio sa’ quanto siano prodighi di orrori. Di gran lunga preferisco il dio che le persone pregano nella miseria, per restare in vita e in piedi, a quello che una certa America venera in un rapporto edipico infantile, avendo partorito nella persona di Trump un padre in carne ed ossa, innalzato al rango di potenza divina.
Viviamo attualmente una guerra di immagini e, al tempo stesso, una guerra di culture: insieme, alimentano una spaventosa guerra di ignoranza tra un certo mondo arabo e un certo mondo occidentale. Il problema non è tanto l’ignoranza quanto l’impotenza della conoscenza a guadagnare terreno da una parte e dall’altra. Sembra che, a nord come a sud del Mediterraneo, il sapere resista dall’interno a lasciare i ranghi, ad espandersi; come se la comunicazione del sapere e delle memorie fosse più costosa, da tutti i punti di vista, del perseverare dell’ignoranza. “Non c’è modo migliore per nuocere a una causa che difenderla con cattivi argomenti”, diceva Nietzsche.
Questo modo di pensare ha prodotto molti danni tra le élite del Medio Oriente che, in gran parte, non hanno voluto o saputo esporre il loro mondo all’esame del negativo. E tra le élite europee o americane che, anch’esse in gran parte, non hanno voluto vedere, al di là dei loro fantasmi e dei loro appetiti coloniali, ciò che il mondo arabo-turco-persiano aveva da dire d’altro.
All’indomani della caduta dell’Impero ottomano, l’agenda delle potenze coloniali o mandatarie ha inflitto alle popolazioni della regione da cui provengo un cambiamento brutale nel rapporto col tempo. Il tempo lungo, quello dell’inconscio, delle origini, delle religioni, che si dice zaman in arabo e zman in ebreo, ha perso il suo vecchio equilibrio sotto la pressione di un’agenda che non era la sua, ma quella dell’orologio occidentale. Il tempo breve, che si dice waqt in arabo, vakit in turco, ha dettato le sue esigenze. Non era solo il modo di rappresentare lo spazio a cambiare, era quello del tempo. Che tempo perdere, che tempo guadagnare, quale tempo per conversare, quale tempo per agire? Una tensione mentale, psichica, necessariamente invisibile, si è insediata in seno alle nuove nazioni sorte dallo smembramento dell’Impero. Si sono formati nelle teste riflessi di difesa adolescenziali, che hanno nutrito l’illusione di un’età di mezzo tra l’infanzia e l’età adulta. Una specie di blocco derivante dall’incapacità di conservare l’una mentre si va verso l’altra. Questo blocco, che non è estraneo alla paranoia, è stato alimentato, in Medio Oriente, da un nemico perfetto: Israele. Più il nemico era schiacciante, arrogante, infallibile, più le persone della mia generazione rimandavano il momento di guardarlo in faccia, di guardarsi in faccia. La risposta è consistita nel sognarne la disfatta piuttosto che nel costruire vittorie. Il nemico ha vinto, si è ingrossato, è cresciuto, il rinvio si è mantenuto.
In questa parte del mondo il presente è vissuto come un teatro. Quanti spiriti colti, poliglotti, usciti da queste élite, hanno creduto di poter conservare, all’indomani delle indipendenze nazionali, questa magia teatrale del presente lasciando l’avvenire a distanza, concentrando la critica e la derisione sull’esterno, su quello e quelli che non ne facevano parte. Per ragioni legate soprattutto all’assenza di democrazie nei paesi del Medio Oriente, oggi le figure intellettuali sono essenzialmente ridotte al silenzio di fronte alla collaborazione attiva, passiva nel migliore dei casi, dei regimi arabi al massacro in corso a Gaza. Mentre i social network veicolano, minuto dopo minuto, migliaia di voci di personalità occidentali indignate dall’ecatombe di Gaza, quelle che escono dai nostri paesi raramente si avventurano sul terreno di un coinvolgimento di “sé”, che consiste nel riconoscere la propria parte nelle catastrofi della storia. Non basta essere dalla parte delle vittime per difenderle, occorre anche rinunciare al conforto dell’odio, per dire o fare quanto è necessario a proteggerle. Vero è che il mondo arabo non è più un mondo; che gli abitanti del Medio Oriente sono spossati dalla fatica, dal vedere i loro paesi subire mille colpi senza poterne restituire uno valido; che sono al limite estremo della loro resistenza alle disfatte e alle umiliazioni quotidiane. Ma questo spiega tutto? Senza contare che, tra le figure di origine araba, si trova in Occidente un numero considerevole di artisti, di intelligenze, di carriere brillanti, che, essi pure, mantengono il silenzio mediatico di fronte all’intollerabile. Non sottovaluto il prezzo che i difensori della sopravvivenza palestinese pagano, soprattutto in Germania o in Francia. Conosco i limiti dell’indignazione e la falsa pacificazione che ne deriva. So anche che talvolta tacere vale più del parlare invano: “mangiare aria”, si dice in arabo.
Ma siamo al punto in cui parlare invano vale più che tacere su tutto? Tra le nuove generazioni, eredi da vicino o da lontano della cultura araba, qualcosa di decisivo sta cambiando. A differenza dei loro predecessori, molti giovani non si lasciano più intimidire dalla menzogna, non sono più sotto il dominio intellettuale o finanziario dei poteri. Le diaspore si liberano dalle identità pure che hanno troppo a lungo inquinato le menti. Il tempo che questo mondo eredita, all’interno come all’esterno, è ormai lo stesso: senza visibilità, esposto a tutti i venti.
Non sono solo le vite ad essere stroncate a Gaza, giorno dopo giorno, non importa come; ad essere in gioco è il senso stesso della vita. Il potere di sterminare degli esseri umani, con un simile grado di crudeltà, di precisione, una tale freddezza mentale, una tale indifferenza al resoconto unanime dei testimoni, dei sanitari, dei giornalisti palestinesi, uccisi giorno dopo giorno, è l’annuncio fatto alla terra intera che la sopravvivenza degli uni può passare – ovunque e in qualunque momento – per la morte degli altri. Vuol dire legittimare da ora le prossime guerre tecnologiche, dove l’umanità sarà in balia del più forte o del più folle, assistito dalle statistiche dell’intelligenza artificiale. Gaza è la figura, portata alla massima potenza, della guerra aperta dalla Russia contro l’Ucraina. È il vertice dell’infamia che risiede nel programmare la fame di un popolo, cominciando col privare di latte i suoi neonati. Perché è così difficile comprendere che assistiamo a un sequestro dell’umanità, da questa parte del mondo? Perché è così difficile criticare le scelte di Hamas, quando si è chiari e senza concessioni verso l’abominevole regime di Netanyahu?
È molto più facile difendere un’idea che difendere il pensiero. L’idea implica una direzione, il pensiero le implica tutte. L’idea ha un obiettivo, il pensiero è un movimento, come la vita: la sua avventura termina con la morte. Come difendere questo movimento quando la realtà ci riduce all’impotenza? Risiede in questo problema una parte essenziale dell’angoscia che si propaga da un capo all’altro del pianeta. La sola risposta che tenga logicamente è la contestazione della realtà. Non il suo rifiuto o la sua negazione: la contestazione. Scrivo queste righe nel momento in cui l’armata israeliana fa piovere volantini sulla popolazione esangue di Gaza, incitandola a dissociarsi da Hamas, a riconoscere che quest’ultimo ha trascinato i palestinesi sull’orlo dell’abisso. Si trovano qui sintetizzati la persecuzione del pensiero, la perversione del suo funzionamento, l’impossibilità di qualunque risposta valida: tutto ciò è al centro della piaga israelo-palestinese.
Come non interrogarsi, attraverso questa caduta del pensiero, sulla caduta degli anticorpi che esso dovrebbe fabbricare e che a loro volta dovrebbero sostenerlo? Il sistema immunitario della capacità di giudizio è sistematicamente indebolito dal tasso impressionante di menzogna e di resa. Come le università, gli studiosi, i pensatori, i creatori, si sono trovati, dall’oggi al domani, in balia di così tanti colpi bassi, di un tale uragano di stupidità? Rieccoci nel cuore di un’angoscia che supera di gran lunga il potere dell’intelletto.
Il XX secolo non ha forse maltrattato, subappaltato il settore dell’istruzione, sopravvalutato le sue produzioni intellettuali e la loro capacità di influenzare le menti? Per limitarci all’Europa, che sprofonda un po’ di più ogni giorno, diciamo in particolare che molte figure del mondo della filosofia e della psicoanalisi – due tra le principali roccaforti del pensiero – hanno destinato i loro scritti sofisticati a una cerchia sempre più ristretta di iniziati. L’intelligenza, più esattamente la coscienza di averla, ha sottoposto la lingua a una pressione sempre maggiore, al prezzo di un ermetismo che significa “le nostre porte sono chiuse” per i comuni mortali. Questa estetica dell’intelligenza ha innalzato barriere tra l’ieri e il domani: a forza di isolamento mentale ha consegnato il paesaggio fisico ai salotti dorati dei re del Golfo e di Donald Trump. Le élite hanno sfruttato eccessivamente il linguaggio come le masse hanno sfruttato eccessivamente Dio. Ne parlo tanto più facilmente in quanto sono tra coloro che subiscono il fascino delle audacie e delle acrobazie intellettuali. Nello stesso periodo il livello scolastico è precipitato. Si è arrivati al punto in cui i fragili ponticelli tra il sapere e la fede sono crollati. E di fronte alla vertigine che oggi afferra l’umanità, Dio è in posizione migliore del linguaggio per colmare il vuoto. A Trump possono bastare poche parole, per lo più aggettivi – great, good, fantastic, disgusting, incredible, tremendous, amazing… – per governare la metà del mondo.
[1] Va precisato che l’espressione è tratta dal testo coranico. In origine ha un valore metafisico. Corano, sura 5 Al-Maidah/La Tavola Imbandita, versetto 56: “E chiunque prenda come alleati Allah, il Suo messaggero e i credenti, (avrà successo) poiché è il partito di Allah che sarà vittorioso”.



























