22 marzo 2025

L’Appel des Appels. Per una insurrezione delle coscienze

IBERNAZIONE 2/3 (2023)Fotografia di Bettina Dupont.

Che cos'è l'Appel des Appels

L’Appel des Appels nasce nel dicembre del 2008 su iniziativa di due psicoanalisti, Roland Gori e Stefan Chedri. Nasce col proposito di far convergere tutti i movimenti di opposizione sparsi e frammentati, ma accomunati da una stessa sofferenza, una sofferenza che percorre e agita l’intera società civile. Da tempo in Francia circolano petizioni, attraverso le quali passa l’informazione circa le storture e i saccheggi che sempre più si compiono nei vari campi professionali. Ma il corporativismo e l’individualismo indeboliscono questa forza di opposizione. La vocazione dell’Appel è precisamente quella di prendere atto di questi eventi nella loro diversità e nella loro simultaneità, e di fondare la sua identità sulla collaborazione tra settori diversi. L’Appel è un invito all’incontro, alla riflessione e alle proposte in uno spazio comune, vuole essere un movimento di convergenza e di lavoro collettivo tra i professionisti più diversi. Uscire dall’isolamento e dalla logica individuale per ricostruire un legame sociale, rimettere l’individuo al centro del dibattito sociale e politico con tutto ciò che lo caratterizza e che è essenzialmente “non quantificabile”, cioè fuori dalla logica economica, svelare il non detto e il non pensato del potere, riappropriarsi di una libertà di parola e di pensiero sempre più minacciata: questa è la posta in gioco del movimento.

Il testo dell’Appel comincia ad essere diffuso in rete e a circolare tra qualche centinaio di persone.

Rapidamente raccoglie adesioni dai settori più disparati: psicoanalisti, operatori del sociale e della salute mentale, giornalisti, insegnanti, giuristi, magistrati, ricercatori. Si diffonde attraverso i media, attiva discussioni.  Vengono pubblicati i materiali di lavoro, organizzati incontri, conferenze, dibattiti pubblici. Nel 2013 il movimento sbarca in Canada grazie a una serie di conferenze tenute da Roland Gori. 

Nell’impostazione teorica del movimento è decisamente riscontrabile un “filo” foucaultiano, ma non bisogna ignorare gli altri numerosi e altrettanto importanti riferimenti: Lacan, Bourdieu, Castoriadis, Canguilhem, Arendt, Camus, Char, per citarne solo alcuni.

Da L’Appel des Appels, Pour une insurrection des consciences, Ed Mille et une nuits, Paris, 2009.

“Domani, quando la normalizzazione delle condotte e dei mestieri regnerà definitivamente, sarà troppo tardi. Cura, educazione, ricerca, giustizia saranno formattati dalla politica delle cifre e dalla concorrenza di tutti contro tutti. All’informazione, all’arte, alla cultura, non rimarrà che diventare accessori di una fabbrica dell’opinione per un cittadino consumatore [...]

L'Appel des Appels raccomanda l'unione delle forze sociali e culturali. Invita a parlare con una sola voce per opporsi alla trasformazione dello Stato in impresa, al saccheggio dei servizi pubblici e alla distruzione dei valori di solidarietà umana, di libertà intellettuale, di giustizia sociale […]

C'è ancora tempo di agire. L'insurrezione delle coscienze è là, dappertutto, gonfia di collera e di tristezza. La resistenza di queste migliaia di professionisti e cittadini che hanno risposto all'Appel des Appels tocca le nostre società normalizzate in un punto strategico. Rifiutando di diventare gli agenti del controllo sociale degli individui e delle popolazioni, rifiutando di trasformarsi in gentili accompagnatori di questo nuovo capitalismo, noi chiamiamo a riconquistare lo spazio democratico della parola e della responsabilità"

L’Appel difende “la complessità contro la semplificazione, la riflessione e l’argomentazione contro la valutazione, il fondo contro la forma, la divisione del soggetto contro l’uomo ridotto al suo io, la dimensione tragica della vita contro la società dello spettacolo” (Stefan Chedri)

Il volume contiene contributi di insegnanti, giuristi, medici, sociologi, ricercatori, giornalisti, psicoanalisti.

Roland Gori, Dall’estensione sociale della norma alla non-servitù volontaria 

“Evocherò in questo testo tre idee che possono essere riassunte come segue.

La prima idea: se per me la questione della disobbedienza civile si pone meno di quella della non-servitù volontaria, è perché oggi ci troviamo più in una società articolata alla Norma che in una società articolata alla Legge, o perlomeno a una Legge fondata su un vero sistema giuridico-politico. Questa estensione sociale della norma richiede il consenso dei soggetti, la loro servitù volontaria e la loro interiorizzazione delle norme.

La seconda idea: la valutazione, così come si pratica oggi, è una vera svalutazione. È la matrice di quella servitù volontaria che, in nome della religione della scienza, della razionalità tecnica e della logica contabile, produce una sottomissione sociale liberamente consentita.

La terza idea: per resistere a questi dispositivi di servitù che costituiscono la normalizzazione delle pratiche professionali e sociali, occorre coinvolgersi sempre più in una cultura dei mestieri, della loro etica e della loro finalità specifica. È in nome di questa cultura professionale e della comunità che la incarna che noi potremmo rischiare una posizione collettiva di obiettori di coscienza, in opposizione a questa politica di civilizzazione che è la valutazione.

L’estensione sociale della norma

Seguirò Michel Foucault per considerare che oggi noi siamo sempre più una società articolata sulla norma piuttosto che sulla legge.

Questo non vuol dire che il potere della legge sia in regressione, ma piuttosto che esso si integra in un potere più generale, quello della normalizzazione. Non sono più la religione e la politica a spartirsi gli individui e a imporre modelli di condotta, ma norme prodotte da dispositivi di sorveglianza e di controllo standardizzati e standardizzanti le popolazioni. Attraverso una visibilità incessante dei comportamenti, il Potere li qualifica e li seleziona per conformarli. Il concetto di rischio tende a sostituire quello di colpa. La società normativa è una società di gestione revisionale dei rischi [...]

Il conformismo al quale ci pieghiamo tutti i giorni si esercita nelle “piccole cose”, ci rende servi in modo sempre più esteso e più dolce, ci fa perdere l’abitudine a guidarci da soli e ci abitua sempre più ad acconsentire alla nostra propria alienazione, alla nostra propria mutilazione [...]

Queste nuove forme di subordinazione e di dominio esigono un consenso volontario dei soggetti, l’adesione volontaria a norme anziché a leggi. Noi dovremo rivelare e decostruire il “non pensato” sociale e politico delle norme che il Potere presenta come evidenze “naturali” o come fatti oggettivi. Una simile pratica costituisce già di per sé stessa un atto di resistenza civile e filosofica [...].

La valutazione: un dispositivo antropologico

Come noi sosteniamo, la febbre della valutazione generalizzata che si impadronisce oggi dei servizi di cura, di educazione, di ricerca, è insieme sintomo e operatore di questa estensione sociale della norma nelle democrazie neoliberali, nei loro dispositivi di costrizione morale e sociale [...].

Resistere rifiutando la servitù volontaria

[...] È paradossalmente in un racconto di Melville, Bartleby, che io vedrò volentieri la metafora delle azioni di non-servitù [...]

Un avvocato dei più conformisti si trova corrotto, potremmo dire, dallo strano copista che è il suo dipendente Bartleby [...] Quasi anoressico, affamato di copie, silenzioso, pallido e meccanico, un giorno egli risponde alla richiesta abituale del suo padrone con un “Preferirei di no”. E a tutte le richieste, comprese quelle che gli domandano spiegazioni sul suo strano comportamento, egli risponde “I woud prefer not do”. Con questa dolcezza magica che disarma tutti gli interlocutori, Bartleby produce quella che Melville chiama una “fraterna melanconia”. Bartleby, questo copista di Wall Street, non è forse la figura malinconica sulla quale si schianta il management della nostra civiltà, che naufraga nel momento stesso del suo trionfo, come diceva René Char? [...]

È a questa non-servitù volontaria che facciamo appello affinché “il male che provava un solo uomo (diventi) peste collettiva. In quella prova quotidiana che è la nostra, la rivolta gioca lo stesso ruolo del “cogito” nell’ordine del pensiero: è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l’individuo dalla sua solitudine. È un luogo comune che fonda per tutti gli uomini il primo valore. Io mi ribello, dunque noi siamo” (A. Camus). Profeta della melanconia, Bartleby rappresenta la condizione preliminare all’Amore e alla rivolta umanizzante. Occorre innanzitutto opporsi a questa compulsione maniaca che ci disperde servilmente nel mondo per far apparire la nudità della mancanza, a partire dalla quale è possibile amare e ribellarsi. Il pudore di La Boétie lo portava a evocare l’amicizia. Noi lo chiameremo col suo vero nome, l’amore: l’Amore, autorizzato da quella “ragionevole colpevolezza” di cui ancora Camus parla rivendicando un posto “a metà strada tra la miseria e il sole”.

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