Iliade: Da Omero a Darwish, echi di una guerra senza fine

In principio fu l’Iliade: è col clamore delle armi e i lamenti funebri che si apre la letteratura occidentale, china su quel “baratro immane” - la guerra - che divora le vite.
Viviamo oggi un tempo di caos e di guerra, vorticando sulla ruota di una disperante ripetizione. La guerra non si esaurisce, accompagna la Storia in tutti i luoghi e in tutti i tempi. La consideriamo uno scandalo, una mostruosità, una follia, qualcosa che non dovrebbe esserci. Eppure resiste, non esce dalla Storia e così facendo mette in scacco la ragione, interroga i limiti della civiltà, la affligge come un male che pare impossibile sradicare.
La guerra di Troia non avrà mai fine?
Occorre tornare a Omero. Perché Omero non è solamente un testo antico ma un luogo del pensiero dove scrutare le passioni che scuotono l’animo umano, compagne luminose o funeste degli eventi storici: la crudeltà, il terrore, lo strazio della perdita, l’orgoglio smisurato, la compassione, l’amore per la vita al di là di quel teatro permanente di morte che è la guerra. Perché sullo sfondo di follia guerriera che spinge alle azioni più atroci Omero apre istanti di grazia, momenti supremi di pietà e di tenerezza che riscattano la crudeltà dei massacri e restituiscono agli uomini la loro umanità: fino alla miracolosa riconciliazione che è fine e compimento del poema, tra Priamo, il padre supplice e Achille, l’assassino del figlio.
Nel tempo della disumanità che avanza e avvelena il mondo, occorre tornare a Omero.
Tremila anni dopo un altro poeta, nato in Galilea, nel villaggio di Al-Birweh, esule dall’età di otto anni, si ispirerà al poema di Omero: in contrappunto e contrasto, perché l’Iliade permette di immaginare e costruire il racconto inverso, che ne è l’ombra: il racconto dei vinti. La posizione di Mahmud Darwish consisterà nel prendere partito per Troia, il che vuol dire cantare la disfatta e la perdita. Ma la voce del vinto si fa in lui voce collettiva, il canto di un popolo che muore è canto universale, la Palestina si apre, grazie alla poesia, sull’”infinito umano”.
Come stirpi di foglie, cosi le stirpi degli uomini.
Le foglie, alcune le getta il vento a terra, altre la selva
fiorente le nutre al tempo di primavera;
cosi le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua.
(Omero, Iliade, VI, 146-149)
O morte, è questa la Storia?
Sorella o nemica che risale
tra due abissi? La colomba potrebbe farsi il nido
e covare negli elmi di ferro,
l’assenzio crescere tra le ruote di un carro distrutto.
Cosa farà della natura la Storia, sorella o nemica,
quando la terra sposerà il cielo
e scorrerà pioggia sacra?
(Mahmud Darwish, Murale)










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