Editoriale marzo 2026

Il vaso di Pandora
Il timore era cresciuto negli ultimi giorni. L’attacco era nell’aria, ma volevamo credere che i negoziati potessero proseguire. Ancora poche ore prima dell’attacco il ministro degli Esteri dell’Oman dichiarava che l‘accordo era “a portata di mano”. Poi l’attacco è venuto. Curiosamente, tra i primi bersagli una scuola primaria e la morte di un centinaio di bambine …
Allora, come faccio spesso in questi ultimi tempi, mi sono messa a scavare - pagine di libri, annotazioni sparse, riviste online che frequento abitualmente, sentieri inaspettati che mi apre la rete: disordinatamente, persino freneticamente. Alla ricerca affannosa di un senso, di un ordine da dare alle cose, giacché ordine e senso si frantumano ogni volta che la violenza torna a scuotere il mondo - e questo ormai accade quasi ogni giorno. Così mi sono imbattuta in un personaggio a me ignoto. E sono stata sbalordita dal suo lavoro.
Adam Curtis è un artista, benché ami definirsi giornalista – “Preferisco vedermi come un giornalista, che cerca di stimolare raccontando ciò che accade in maniera creativa”.
Si muove come un rabdomante negli smisurati archivi della BBC, per la quale lavora, e ne estrae scene, immagini, frammenti, filmati di repertorio e non, con i quali costruisce un’opera in cui si intrecciano storia politica, analisi sociale, critica del potere. I suoi documentari smontano i meccanismi invisibili che governano le nostre esistenze e mettono a nudo le menzogne, le illusioni, le ipocrisie del nostro mondo – tutto espresso in una forma particolarissima, dove le immagini d’archivio, montate, smontate, ricomposte, assemblate in sequenze inattese e folgoranti, diventano materia poetica e insieme narrazione storica.
Viviamo sempre più in un mondo in cui nulla ha senso.
Gli eventi vanno e vengono come ondate di febbre, lasciandoci confusi e incerti.
Chi è al potere ci racconta storie per aiutarci a dare un senso alla complessità del reale, ma queste storie sono sempre meno convincenti, sempre più vuote.
Questo testo racconta perché queste storie hanno smesso di avere senso, e come questo ci ha condotti, in Occidente, a diventare una forza pericolosa e distruttrice nel mondo.
Il testo cui si riferiscono queste parole accompagna Bitter Lake, documentario uscito nel 2015. Per tornare al mio incipit, agli accadimenti del 28 febbraio 2026, chi avrà la curiosità e la pazienza di immergersi in due ore stranianti di immagini, musica e racconto, coglierà in filigrana, dietro il presente e gli sviluppi caotici che sono all’orizzonte, le lezioni mancate del passato. In un’intervista con Errol Morris, Curtis ha affermato che “la storia è una serie di conseguenze involontarie derivanti da azioni confuse -, alcune delle quali sono compiute da persone che potrebbero pensare di partecipare a una cospirazione -, azioni che non funzionano mai come previsto”. Come dire che i potenti – i decisori politici – da qualche parte, oscuramente, sanno di muoversi al buio dentro sistemi che li sorpassano e li sovrastano. E che le forze che si scatenano sono meno governabili di quanto l’arroganza del potere possa raccontare a sé stessa.
(https://legrandcontinent.eu/fr/2026/02/28/adam-curtis-amer/)
Tutta la realtà è incredibilmente complessa e caotica. Per dare un senso dobbiamo raccontare storie a riguardo, il che inevitabilmente semplifica. Ed è quello che fanno i politici – e i giornalisti. Quello che cerco di fare è trovare nuovi fatti e dati, cose a cui non hai pensato, e trasformarli in nuove storie. Il mio obiettivo è usare quelle storie per cercare di rendere intelligibili la complessità e il caos.
Bitter Lake è un’opera destabilizzante. Protagonista è l’Afghanistan; attraverso “il prisma di un paese che è stato al centro del mondo prima di scomparire negli abissi del presente”, vi si racconta il fallimento occidentale nel comprendere la complessità del mondo reale e l’ottusa semplificazione che le potenze coloniali hanno costruito, narrato, diffuso. Dietro la storia dell’Afghanistan e degli ingranaggi economici e politici che hanno sprofondato un paese nel baratro, c’è tutta quella dell’Occidente, una storia fatta di ipocrisie, arroganza, ignoranza, cinismo. Una storia che tragicamente si ripete.
Spiego in che maniera siamo andati laggiù rappresentando a noi stessi la lotta del bene contro il male, per trovarvi una realtà infinitamente complessa. Per raccontare questa storia ho deliberatamente concepito il film come un viaggio allucinogeno, ho cercato di ricreare i momenti in cui si è sotto l’effetto di sostanze, quando si vedono sorgere verità dal labirinto dei pensieri. È ciò che molti soldati e tecnocrati hanno vissuto laggiù. Letteralmente: usare una tecnica audiovisiva per esprimere un discorso: pensate di conoscere il mondo, ma in realtà non lo conoscete. E questo mi sembra terribilmente importante nel contesto attuale, con tutti i fantasmi postcoloniali che ancora operano. In senso più ampio, questo sottolinea il nostro rapporto illusorio con il mondo
La storia comincia a Helmand, provincia nel sud ovest dell’Afghanistan dove scorre il grande fiume omonimo, nel 1946. Il re vuole modernizzare il paese, costruire un nuovo mondo fatto di dighe, strade, canali, trasformare la società ad immagine dell’Occidente. Per farlo occorre addomesticare il fiume. L’incarico viene affidato all’azienda americana che ha costruito strade, dighe, centrali elettriche nell’intero territorio degli gli Stati Uniti sotto la presidenza di Roosevelt. Così gli ingegneri americani arrivano. A metà degli anni ’50, terminata la costruzione dell’immensa diga di Helmand, cominciano a comprendere gli effetti perversi del loro lavoro: le dighe hanno fatto risalire il livello dell’acqua e portato in superficie grandi quantità di sale. In questo nuovo suolo prosperano i papaveri. I papaveri da oppio … Diventa chiaro che occorre fermarsi, ma per gli americani le dighe sono diventate un’arma contro la crescente influenza dell’Unione Sovietica nel mondo arabo. Né il governo afgano è disposto a rinunciare a quello che sta usando come strumento per mettere vari paesi uno contro l’altro a proprio vantaggio. È l’inizio delle ingerenze occidentali in un territorio complesso, diviso e corrotto.
Un altro evento è destinato a creare conseguenze inattese: nel 1945, lasciata Yalta, dove i vincitori si sono accordati su come spartirsi il mondo, Roosevelt si è diretto in Egitto, verso il grande Bitter Lake, oltre il canale di Suez. Deve incontrare Abdelaziz ibn Saoud, il re dell’Arabia Saudita. Ha bisogno di petrolio per assicurare la ricchezza e la stabilità del suo paese. Ha bisogno che i giacimenti sauditi restino sotto il controllo americano. I due uomini si intendono, ma il re saudita detta una condizione: nessuno tocchi la loro fede, il wahhabismo.

Avevo sempre saputo dell'incontro di Bitter Lake. Avevo visto il filmato, questo scatto davvero cupo, quasi in stile Edward Hopper, del presidente Roosevelt - che sta per morire - seduto su una nave da guerra che incontra il re dell'Arabia Saudita, che aveva spietatamente creato questo nuovo regno 20 anni prima. Avevo sempre pensato che questo fosse piuttosto un momento epico e così si è bloccato nel mio cervello.
Due eventi apparentemente lontani, che avranno conseguenze inaspettate e nefaste. Il mercato della droga diventerà una gigantesca risorsa economica, il wahhabismo, branca saudita del salafismo, si diffonderà e assumerà una forma radicale e retrograda. I miliardi di dollari arrivati dall’Occidente, destinati a creare una modernità trionfante, alimenteranno le stesse forze che pensavano di combattere, in una deriva inarrestabile di odio e caos: mentre le immagini scorrono accompagnate dalla voce narrante di Curtis, si dipana sotto i nostri occhi un intreccio vertiginoso e impressionante di poteri, corruzione, connivenze, lotta tra potenze geopolitiche, rivalità mortali tra signori della guerra. Intanto la narrazione ufficiale che attraversa il mondo occidentale trasforma e ridefinisce i conflitti nei termini di “battaglie contro forze oscure e demoniache che minacciano degli innocenti e noi, anime buone dell’Occidente, dobbiamo intervenire per salvarli”.
La storia che Adam Curtis racconta potrà ad alcuni sembrare una vecchia faccenda (la storia in fondo non si ripete mai allo stesso modo). E dunque inattuale (salvo i missili con cui Afghanistan e Pakistan si colpiscono dalla vigilia dell’attacco all’Iran).
E tuttavia …
Quella che ci viene raccontata è anche e soprattutto la storia di un fallimento: il fallimento di tutto l’apparato di imperialismo occidentale a fronte di una realtà multiforme, stratificata e complessa. Un insieme brutale di cecità e arroganza, senza la minima capacità di prevedere le conseguenze del potere esercitato.
Dovremmo trarre lezioni dal passato.
La domanda è sempre la stessa: da dove nasce questa follia? E dove porterà?
La guerra è sempre sintomo di una malattia più antica e le forze che scatena producono una sequenza imprevedibile di reazioni. Oggi la guerra si è già estesa dall’Iran a molti paesi della regione. Come non temere che l’incendio divampi senza controllo?
Vorrei che non fossimo arrivati a questo. Che il popolo iraniano non dovesse scegliere tra le bombe e le pallottole. E tuttavia è là che siamo. L’Iran è sull’orlo dell’abisso. E io piango danzando al passo delle madri che hanno danzato sulle tombe dei loro figli morti. Danzo in mezzo alle lacrime per le migliaia di vite innocenti che sono state prese lungo i decenni. Piango, sperando che non sia la fine.
Gli Iraniani si battono, da tanto tempo, per la vita, non per la morte.
Piango sperando che la rivoluzione non sarà loro, ancora una volta, strappata di mano. (Sahar Delijani, Le Monde, 1° marzo 2026)
C’è da chiederselo. Cosa sarà della rivoluzione iraniana? Della fierezza e della speranza che hanno nutrito il coraggio di tutte le donne mentre sfidavano la ferocia del regime, in questa lunga storia di sofferenza, di morte e di insopprimibile desiderio di vita? Oggi le bombe cadono sull’Iran. Questo esercizio di potenza sarà al servizio del sogno iraniano o di quello, ben più rischioso, della creazione di un “Nuovo Medio Oriente”?
Mercoledì mattina, 4 marzo, Pedro Sanchez ha detto: “No alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specialmente i più vulnerabili, cioè la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato.
In una parola: No alla guerra.
Noi condanniamo il regime iraniano, che reprime e uccide brutalmente i suoi cittadini, in particolare le donne, ma al tempo stesso rifiutiamo questo conflitto e chiamiamo a una soluzione diplomatica e pacifica. Alcuni diranno che questo è ingenuo. Ciò che è ingenuo è credere che la violenza sia la soluzione o pensare che una sudditanza cieca e servile sia una forma di leadership.” (Le Monde, 4 marzo 2026).
Nota su Adam Curtis.
Questo giornalismo visionario e sconcertante è capace di ribaltare i nostri riferimenti abituali ed emozionare al tempo stesso. Rinunciando completamente alle rassicuranti certezze della narrazione tradizionale, sposando formalmente il caos, lasciando emergere il senso attraverso associazioni inaspettate o salti tra sequenze e immagini disparate, Curtis sembra filmare il nostro disorientamento davanti a un mondo che diventa sempre più incomprensibile.
L’inizio è Pandora’s box, 1992: vi si mostra come la razionalità tecnocratica ha prodotto nel corso del XX secolo una serie di catastrofi annunciate: ogni tentativo di controllare razionalmente il caos del mondo è invariabilmente sfociato su conseguenze impreviste e spesso tragiche.
2002: The century of self analizza lucidamente la manipolazione delle masse da parte delle élite politiche ed economiche. Il trionfo dell’individualismo edonistico e consumistico, che distoglie dall’impegno politico e dalla solidarietà collettiva, non è un accidente storico ma una strategia deliberata di pacificazione e controllo sociale.
The power of Nightmares: siamo nel 2004, l’Occidente sprofonda nella “guerra al terrorismo”, l’amministrazione Bush strumentalizza l’attentato dell’11 settembre. Curtis decostruisce la strategia di un potere che, crollati i grandi racconti politici, comprende che si può governare meglio con la paura che con le promesse e che l’ordine sociale può essere mantenuto agitando lo spettro della minaccia e del terrore. Il documentario farà scalpore.
2016: HiperNormalisation lavora sul marasma psichico e politico dell’Occidente. Viviamo in una realtà interamente fabbricata, in uno spettacolo permanente e menzognero che maschera l’impotenza collettiva.
Can’t Get You of My Head, del 2021, è una cartografia della nostra alienazione. Curtis vi affronta l’impervio compito di tracciare la storia emozionale del XX secolo. Vuole comprendere come siamo passati dall’utopia rivoluzionaria al nichilismo consumistico, come siamo arrivati a perdere ogni capacità di immaginare un futuro diverso, sempre più intrappolati nei nostri traumi storici, nella paura, nell’impotenza.
Russia 1985-1999, TraumaZone, del 2022, racconta la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Un racconto apocalittico: al crollo subitaneo di un impero fa seguito l’instaurarsi della violenza e del caos e la caduta in un vuoto esistenziale dove mettono radici mafie e oligarchie, preparando il presente. Come una moderna Cassandra, Curtis sembra voler additare la possibilità, sempre presente, del crollo di una società quando le strutture collettive non tengono e gli individui sono abbandonati a sé stessi.













